
L'articolo che segue è stato tratto dal Corriere della Sera.
Premier in crisi, i debiti record di Chelsea e Manchester
Nel marzo 2008, Roman Abramovich è stato inserito da
Forbes tra le 15 persone più ricche del mondo, con un capitale di 23,5
miliardi di dollari, all'incirca (milione più, milione meno) 17,2 miliardi
di euro. Per capirci, la Finanziaria varata dal governo italiano nel
dicembre 2007 era di 16
miliardi. Poi è arrivata la crisi. Oggi il povero oligarca russo si deve
accontentare di un capitale che è un decimo rispetto a quello di un anno
fa. Per questo, dicono i tabloid inglesi, da qualche settimana Roman è
alle prese con l'annoso dilemma: per rientrare di 200 milioni vendo il
Pelorus, il mio yacht da 115 metri, o il Chelsea? I tifosi Blues, per il
momento, possono stare sereni e cantare ancora la «Kalinka» prima delle
partite: Abramovich si libererà (forse) del Pelorus, perché nei prossimi
mesi il cantiere di fiducia dovrebbe consegnargli l'Eclipse, 167 metri di
barca; ma pur tenendosi la sua squadra di calcio, di sicuro il
proprietario dei vicecampioni d'Europa non ha più intenzione di
sperperare. Il mercato? Si fa con i soldi che ci sono in cassa. Cioè con
il nulla, visto che il club di Stamford Bridge ha un buco nel bilancio di
331 milioni di euro. Per inciso: se Abramovich decidesse di vendere, chi
mai potrebbe permettersi di acquistare una società così indebitata?
C'era una volta l'Inghilterra, quella che «ma quanto sono bravi», quella
del «modello inglese», quella che lo scorso anno ha portato tre squadre su
quattro in semifinale di Champions, e due in finale. Quella che anche in
quanto a debiti non è seconda a nessuno. Michel Platini, presidente
dell'Uefa, prima della finale di Mosca, dichiarò che «non è giusto che
vinca chi ha i bilanci più in rosso». Magari non sarà giusto, ma è un
fatto. Il Chelsea è il pallone più gonfiato di un pallone che rischia di
esplodere. Perché non è che Manchester United, Liverpool e Arsenal, ovvero
le altre tre
componenti del quartetto di Champions, stiano molto meglio. Dice: sì, ma i
club inglesi si salvano sempre perché sono proprietari degli stadi in cui
giocano. Replica: vero, ma a metterci i soldi sono i russi, gli arabi, gli
americani, gli ucraini. Il giorno in cui si dovessero stancare e
decidessero di lasciare l'Inghilterra agli inglesi, che cosa accadrebbe
della «ricca» Premier?
Per un Manchester, il City, che si sente al sicuro dalla crisi grazie ai
dollari dei petrolieri arabi (ma intanto rischia di finire in zona
retrocessione), ce n'è un altro, lo United, che sta seduto sul trono
d'Europa ma anche su un indebitamento di 770 milioni di euro, il secondo
della Premier League (dopo i 935 milioni del Chelsea, of course), e si
interroga su quanto resisterà il logo Aig sulle sue maglie rosse. Aig era
la più grande compagnia assicurativa del mondo, prima che il crollo delle
Borse la trasformasse in un buco nero. Lg e Saudi Telecom sono pronte a
subentrare, perché il Man-U è un marchio che si vende da sé, ma Malcolm
Glazer, il proprietario americano del club, deve metterci molto del suo
(di patrimonio) per tenere la società in linea di galleggiamento.
L'Arsenal ha puntato tutto sul nuovo stadio, ma per costruirlo si è
indebitato mica da ridere (il bilancio dice meno 490 milioni): il problema
è che la crisi ha investito anche il progetto immobiliare dei Gunners, e i
conti non tornano più. Come a Newcastle, dove il club coltivava grandi
sogni: poi però il proprietario Mike Ashley ha perso un tot in Borsa,
all'incirca 380 milioni di euro, mentre lo sponsor, la Northern Rock, è
stata una delle banche britanniche che più ha subito la crisi. La
conclusione è che i bianconeri sono in vendita, come rischia di diventarlo
il West Ham di Zola, dei proprietari islandesi e dei debiti infiniti. Gli
unici a non essersi ancora resi conto che l'aria è cambiata sono i
giocatori. I tifosi invece l'hanno capito eccome, e per la prima volta da
anni gli stadi non sono più pieni. Tanto che la Football Association ha
deciso di tagliare del 25 per cento il prezzo dei biglietti delle partite
casalinghe di qualificazione ai Mondiali 2010, quelle con Slovacchia,
Ucraina e Andorra: «Vogliamo rendere più accessibile la nazionale alle
famiglie in questo periodo di crisi economica». Ed evitare di avere
Wembley mezzo vuoto. Dio salvi la Premier League.
Ultimo aggiornamento: 11-01-09